Data Ultimo aggiornamento articolo 7 Gennaio 2026
Mariangela, maratoneta, runner, donna

L’autrice di questo articolo è Mariangela.

Mamma, maratoneta, vegana.


Correre è una disciplina

La mattina esco a correre: la mia sveglia suona la prima volta alle 4:50, 3 volte a settimana, la Domenica me la prendo comoda e mi alzo alle 6:00. La sera faccio attenzione a cosa mangio, a che ora vado a letto. Preparo i vestiti e le scarpe.

Da quando ho un’allenatrice, (al femminile, proprio così, una che a più di 60 anni fa ancora triathlon e Ironman), seguo una tabella, quindi ragiono sulla durata, sul percorso…

Quando cominciano l’autunno e l’inverno tutto diventa molto più difficile: è buio, sempre più buio, esco al buio, rientro al buio. Fa freddo, fa umido, fa solitudine. Le coperte ti trattengono, sei al calduccio, hai sonno, sei stanca, dov’è la voglia.

Tuttavia non mi importa del meteo: io corro.

Inizio e ripresa

Ho cominciato da piccola, come tanti: correvo ovunque anche a scuola intorno al cortile, come un criceto, ero brava in quello. Dalle mie parti, (sono originaria della provincia di  Bari), la corsa non era ritenuta una disciplina, quindi alla fine mi mettevo seduta in angolo, chiedendomi come mai non mi fosse concesso di correre e basta.

Non sapevo fare nessun altro sport, non mi piaceva altro…ma soprattutto non mi sono mai piaciuti gli sport di squadra.

Ho corso a periodi alterni; ho ricominciato a correre “da adulta” con il mio compagno, la sera, pochi km, non d’inverno. Pian piano, causa lavoro, lui ha cominciato a non correre più ed io, ho cominciato a correre da sola.

Da sola!

A correre sola ho iniziato di sera, spostandomi con l’auto in direzione di un piccolo parco cittadino e poi correvo, correvo…fino a che mi è servito più spazio. Più strada. Meno persone. Meno distrazioni.

Volevo solo correre, guardarmi attorno. Guardare i dettagli della città, i cambiamenti nelle luci, negli orari, nelle persone e poi nella natura. Ho la fortuna di vivere in una città piena di verde e circondata dalla natura, pochi passi e sono in campagna, in collina, lungo un torrente: pochi passi di corsa e mi immergo tra alberi, campi, sentieri, ciclabili, raggiungo frazioni sconosciute, scopro segreti, angoli nascosti… cavalli, cerbiatti, falchi…

La nebbia, la pioggia, la neve. Il grano, il mais, i fichi, i fiori. Le cicogne. I trattori, i camion del latte, i ragazzi che fanno colazione dopo la discoteca.

Tutto correndo e basta.

Corro sempre sola, in ogni caso. Di sicuro mi alleno sola, al buio delle mattine cittadine. Senza auricolari, perché devo pensare solo a correre.

Mi chiedo come mai tante donne non escano a correre al mattino. C’è silenzio, c’è spazio, c’è tranquillità, ci sei solo tu… tutte cose che ad un certo punto della vita mancano (vuoi per il lavoro, per la famiglia, per lo stile di vita)

Correre, superare un dolore

Un giorno ho cominciato a correre ancora più forte e più a lungo, a causa di una perdita importante e di un dolore sordo capace di togliermi il fiato. Vedevo solo due possibilità: farmi sopraffare dal dolore o indossare le scarpe. Sono uscita a correre.

Ho reagito al buco che mi stava divorando, piangendo e correndo sempre più forte, potevo urlare libera, immersa nella natura, nessuno mi sentiva. Correvo, urlavo, piangevo finché il fiatone mi costringeva a fermarmi. Così facendo, tempo al tempo, sono riuscita a trovare un equilibrio tra il mio cuore, la mia testa e le mie gambe. Ho buttato fuori tutto il male che sentivo e alla fine è tornato il sollievo. Nella vita come nella corsa dopo il fiatone si riparte.

Una dolce pausa

Quando sono rimasta incinta della mia bambina mi sono fermata, fino al termine dell’allattamento non ho ripreso. Guardavo con invidia tutti i runner che incrociavo. E che invidia. Li vedevo felici.

Ed io non lo ero? Certo che sì, ma volevo correre. Avevo però paura di affaticarmi troppo, di non essere più capace e mi annoiava camminare.

A fine allattamento e soprattutto quando ho ricominciato a dormire un po’di più, ho sentito essere giunto il momento di riprendere. Ho sperimentato una gioia basica, semplice, ero felice, ero libera. Da allora non mi sono più fermata.

Allenamenti

Un giorno, ho scoperto la possibilità di essere seguita da un’allenatrice per un vero e proprio programma di allenamento preparatorio per la maratona di Reggio Emilia. Io a malapena, corricchiando e facendo foto, ero arrivata a percorrere 21 km. La maratona è il doppio, i famosi e fatidici 42,195 km, la distanza più famosa. La Regina (così viene chiamata la maratona).

Finora ho partecipato a 3 maratone: Reggio Emilia, Venezia e Milano. La quarta sarà Ravenna.

Seguire gli allenamenti imposti da un allenatrice è ben diverso dall’uscire a correre a sentimento: devi correre per tutto il tempo che dice lei, devi fare la velocità che dice lei, le salite, i saltelli (sì, i saltelli: grazie a dio alle 6 del mattino, oltre ai netturbini e a qualche cane con padrone mattinieri, non mi vede nessuno….).

Allenamento vuol dire, volendo fare le cose bene, non ingozzarsi a cena, non fare tardi, non bere troppo, perché l’indomani la sveglia sarà impietosa e tu dovrai correre.

Non sono un talento della corsa, non vinco mai, al massimo mi piazzo per la categoria, dato che su certe gare le donne sono davvero poche… chissà perché. È una statistica mondiale: le donne sono sempre nettamente in numero inferiore agli uomini nelle gare, soprattutto in quelle molto lunghe. Ma io insisto, gareggio, mi impegno: percorro sentieri fangosi, rotolo giù con i sassi, calpesto decine di km di asfalto…

Nel frattempo soffro, sudo, mi arrabbio con me stessa, parlo con me stessa e con tante altre persone, rido, incoraggio, mi faccio incoraggiare. Taglio il traguardo piangendo in maratona, perché ho superato i miei limiti, oppure ridendo per mano con una compagna, perché abbiamo vinto sulla fatica.

Perchè corro

Gareggiare insegna la disciplina, la concentrazione e aiuta ad andare oltre, se sai che non sta andando bene, devi portare comunque a casa qualcosa, come la soddisfazione, la gioia dell’aver corso, dell’averci provato, di aver “visitato” una città.

Nascono amicizie, si impara la vita da spogliatoio, smetti di guardarti le gambe e la pancia e ti spogli con tutte quelle donne identiche a te. Ti scopri donna e smetti di temere le docce, le occhiatacce, i commenti che spaventano ogni ragazzina… sei una donna e come loro sei lì per correre.

A volte mi chiedono perché corro… e perché no? I pensieri si sviluppano, crescono, finiscono nella fatica, le gambe prendono il posto della testa. Al termine sono serena, i problemi non sono scomparsi, ma le endorfine prendono il posto del malumore. È uno stato di grazia, di equilibrio, stai bene e basta… per un po’.

Non occorre pianificare maratone, si può uscire anche solo per il piacere di correre, piano piano, ogni tanto, per aspettare l’alba. L’alba è un emozione unica, riscalda il cuore prima della pelle.

Nel dubbio, domattina ho la sveglia alle 4:50. La maratona di Ravenna mi aspetta.

P.S. Ho scritto questo articolo il giorno prima di partecipare alla maratona di Ravenna svoltasi il 12 Novembre. Ben 42,195 km. Non avevo grandi aspettative e non ero molto in forma. All’arrivo ho pianto tantissimo, ero felice.

Mariangela

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